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Azmera, una vita a fianco dei malati di Quihà

June 6, 2017

 

Quando ancora non esisteva un confine a separare Etiopia ed Eritrea, in molti dal Tigrai si spostavano verso Nord, verso il mare o verso quella regione dell’altopiano dove si racconta che la regina di Saba avesse dato alla luce il figlio di Salomone, Menelik I. 

 

Anche Azmera è cresciuta lontano dal suo villaggio. Infermiera e ferrista, è da oltre trent’anni all’Hewo, da quando venne curata per la lebbra nel centro fondato da Carlo e Franca Travaglino ad Asmara.  

 

“E li che sono cresciuta e sono andata a scuola”, racconta. “Dopo essere guarita ho proseguito gli studi e sono diventata infermiera”.  

 

Ancora prima che la guerra costringesse gli etiopi a lasciare l’Eritrea, Azmera accompagnava spesso Carlo e Franca a Quhià per il progetto di costruzione del nuovo ospedale. E’ stata con loro fin dall’inizio, quando ancora il terreno dove sorge la struttura era solo una pietraia e non c’era l’acqua che oggi lo rende un giardino fiorito di rose.   

 

“Inizialmente lavoravo in ufficio come coordinatore amministrativo ed ero il referente [della struttura] in assenza di Carlo e Franca. Poi, costruito l’ospedale, abbiamo cercato altro personale”, spiega, in un perfetto italiano, imparato da autodidatta. “L’ho imparato da sola, dai medici e dagli amici italiani, quando ero ad Asmara”. 

 

Azmera è una donna minuta, ma instancabile e sempre sorridente, un punto di riferimento per i volontari che giungono dall’Italia, di cui è anche l’interprete, se la comunicazione con i pazienti lo richiede. 

 

Il suo lavoro in sala operatoria è iniziato quando sono arrivate le missioni chirurgiche dall’Italia, dopo un periodo trascorso in pediatria: “Mano mano mi piaceva sempre di più, e mi hanno insegnato a fare anche la ferrista”, racconta. Le piaceva a tal punto lavorare in sala che quando le hanno proposto di tornare in reparto, per non stare sempre “chiusa” lì dentro, lei ha risposto semplicemente: “Non esco, piuttosto lascio il lavoro. Mi piace la chirurgia, mi piace il lavoro con i gruppi, e mi vogliono bene”. 

 

Azmera ha tre figlie, una delle quali ha seguito le sue orme ed è infermiera; la seconda, invece, ha studiato informatica e dopo un difficile periodo di lavoro al confine con il Sudan, ora ha un impiego a Mekelle. Azemra è riuscita a dare loro la possibilità di  studiare, pur dovendo fare i conti, ogni giorno, con la necessità di lavorare e allo stesso tempo prendersi cura di sua figlia Jerus, ventenne, nata con una grave disabilità. 

 

L’incontro con le missioni, racconta, le ha cambiato la vita. “Quando morì mia madre, Jerus non voleva stare con nessuno, si agitava e piangeva al punto che io non potevo lasciarla. Avrei dovuto smettere di lavorare, ma poi ricevetti una telefonata dal dottor Giorgio che mi disse di portarla con me. E’ stata una grande gioia, mi ha salvata, perché in quel periodo della mia vita piangevo giorno e notte”, racconta. 

 

Non lontano dalla sala operatoria, Jerus disegna, colora, sorride e scherza con medici ed infermieri. Appena può sua madre passa a salutarla, a vedere come sta, e sembrano lontani i giorni in cui si agitava per ogni piccola cosa: “Ora viene con me, prende le medicine ed è calma”. 

 

Azmera è felice, la sala operatoria le piace, anche se adesso lavora meno come ferrista. É fiera delle sue figlie ed è “felice per Jerus. E’ con me tutto il giorno, adesso è tranquilla, può stare da sola e i [volontari delle missioni] le vogliono bene”.  

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