Diario di Missione 29 Settembre - 15 Ottobre. Prima parte, l'Equipe.

November 16, 2017

 

Siamo tornati da due settimane, l’età si fa sentire: ci sono voluti almeno sette giorni per riprendermi dalla fatica ed altri sette per mettere ordine ai pensieri ed alle sensazioni come sempre tumultuose; finalmente sono pronto a raccontare.

 

Questa volta siamo tanti: undici di Laziochirurgia e due da Hewo Modena. Abbiamo tutti accusato, come una ferita aperta, l’assenza di Massimo Coletti. Anche chi non lo conosceva personalmente è rimasto contagiato dalla sensazione di “vuoto” che a tratti ci assaliva.

Un gruppo composto da giovanissimi, giovani adulti, mezza età e Babbioni: nonostante le differenze di età e qualche screzio caratteriale, l’equipe si è subito coesa nel comune impegno. Da qualche anno ho scoperto che l’aspetto “formativo” delle nostre missioni è importante quasi quanto quello “assistenziale” e quindi largo ai giovani per i quali questa esperienza a Quihà può diventare un elemento basilare per il futuro, purché non si tratti di semplice turismo solidale. Chiunque, anche il più giovane, deve avere un ruolo e svolgere un lavoro ben identificato, altrimenti serve a poco.

 

Giovanissimi

1) Flavio 19 anni, operatore cinematografico ma anche montatore e regista. Ha girato decine di ore di filmati (alcuni anche irriverenti) con lo scopo di produrre un documentario sull’Ospedale di Quihà, sulla comunità Hewo, e sul percorso di una paziente dal villaggio all’ospedale e ritorno. (Speriamo sia pronto per Natale). E’ quello che forse si è integrato più rapidamente con la comunità, in particolare con alcuni Lebbrosi che ovviamente non parlano inglese ma con i quali è stato un continuo di risate, giochi (biliardino) e scherzi . Alla mia domanda “ma di cosa ridete tu ed i Lebbrosi” la risposta è stata “spesso si dà troppa importanza alle parole e troppo poco alle risate”. Forse è Lui che ha insegnato qualcosa a me e non viceversa.

 

2) Myriam, 22 anni, studentessa di sociologia: ha convinto il proprio professore Universitario ad assegnarle una Tesi di Laurea basata sulla comunità Hewo e sui suoi valori. La sua domanda ricorrente a chiunque incontrasse e nel corso delle interviste: “ Ma che cos’è lo “spirito dell’Hewo”? Ovviamente ciascuno degli interpellati ha risposto mettendoci del suo ma la risposta sintetica più emozionante è stata quella di Giancarlo: “Madre Teresa di Calcutta si è battuta tutta la vita perché i malati incurabili potessero avere una Morte dignitosa, l’Hewo si batte perché i nostri malati, anche gli incurabili, possano avere una Vita dignitosa”.

 

3) Benedetta, 22 anni, studentessa di Medicina: ha lavorato con i più vecchi in sala operatoria, in ambulatorio, in corsia con una dedizione e resistenza alla fatica che francamente non credevo possibile per una ragazza così giovane. E’ quella che ha manifestato in maniera più esplicita le forti emozioni sia professionali che umane suscitate dalle esperienze fatte, alcune delle quali totalmente inaspettate in partenza da Roma.

Questo tumulto interiore è esploso quando il mite Stefano commentando le condizioni di vita della povera gente in Tigray, ha affermato senza nessuna cattiveria, qualcosa tipo “che in fondo non conoscere altro modo di vivere può essere per loro fonte di felicità, meglio non sapere piuttosto che aspirare a bisogni irraggiungibili”. La reazione di Benedetta, contraria a questa opinione, è stata verbalmente molto vivace del tipo “ Stai zitto, non voglio sentire queste cose… sono uomini come noi che però non hanno neanche il minimo di cui ogni essere umano avrebbe diritto... ma come si fa a sostenere che siano felici.” La sera a cena Stefano si è scusato per aver turbato senza volere la sensibilità di Benedetta e tutti abbiamo apprezzato questo gesto. Mio personale commento: e se avessero ragione tutti e due? Comunque sono certo che in virtù di questa esperienza a Quihà, che spero non rimarrà unica, Benedetta diventerà un Medico molto migliore.

 

Giovani Adulti

4) e 5) Bruno, specializzando del quarto anno di chirurgia, e Francesco, specializzando del terzo anno di chirurgia: entrambi intorno ai trent’anni, provenienti dalla scuola di specializzazione della Sapienza ove insegna Alberto.

Ovviamente la loro principale attività si è svolta fra sala operatoria (più di 50 interventi con il tutoraggio di noi vecchi), OPD (un paio di centinaia di pazienti) e corsia. Hanno comunque avuto il tempo e la sensibilità per cogliere la principale lezione professionale che l’Ospedale di Quihà ti sbatte in faccia: ovvero che la “Salute” non è semplicemente Assenza di Malattia ma è soprattutto una condizione di benessere complessivo della persona e che quindi il Lavoro, l’Istruzione, i Diritti, sono per la Salute importanti tanto quanto la cura delle malattie.

 

 

 

 

6) Elena, quarantenne giornalista. Non alla prima esperienza a Quihà, Responsabile delle attività di Comunicazione e Fundraising e coordinatrice del sempre più nutrito Gruppo Giovani di Laziochirurgia. E’ assolutamente indispensabile, visto l’età che avanza, lavorare al ricambio generazionale selezionando giovani che condividano lo “spirito dell’Hewo” e che siano in grado di far continuare a vivere la fantastica avventura che l’Hewo . E’ questo forse l’impegno più difficile ed Elena mi sta molto aiutando. Per noi che non abbiamo fonti di finanziamento istituzionali, una adeguata comunicazione è sicuramente l’elemento più importante nella raccolta dei fondi necessari per far sopravvivere l’Ospedale e la Comunità.

 

Mezza Eta’

7) Stefano, cinquantenne meccanico da Maranello particolarmente esperto di Ferrari. Si è fatto un “culo” come pochi per cercare di rimettere in sesto il QUBO, la Mitsubishi, lo Scuolabus. Viste le modeste risorse a disposizione quel che ha fatto ha del miracoloso anche se alla fine non era completamente soddisfatto. E’ quello che ha sofferto di più per l’altitudine (crisi ipertensiva) ma è stato un compagno sereno e gentile.

 

8) Mauro, tardo cinquantenne, Infermiere ma soprattutto factotum, alla sua undicesima missione a Quihà. I primi due giorni li ha passati sopra il tetto della residenza insieme a Stefano e Giancarlo per installare il nuovo boiler solare per l’acqua calda. Alla fine era stravolto dalla fatica. Instancabile nella ricerca di finanziamenti e donazioni (anche stavolta ha consegnato a Letay 2.500 euro raccolti a Palestrina, sei valigie piene di telefonini, scarpe, divise e vestiti destinati al personale ed altre due a Belay piene di Farmaci, in particolare Eutirox, Tapazole e Cacit)

 

9) Sergio, sessantenne: Anestesista che lavora a Reims e partecipa anche lui da anni alle nostre missioni (spesso anche due volte l’anno). Essendo l’unico Anestesista la sua giornata la passa in sala operatoria condita con le battutacce sui chirurghi tipiche degli anestesisti. Ma appena finito il lavoro non vede l’ora di uscire dall’Ospedale e di andarsene in giro per il paese su un Bajaj, o su di un taxi collettivo, magari in compagnia del fidato Teklè. La prima Domenica è andato insieme a Benedetta, invitato da Teklè, ad un matrimonio (gli unici bianchi e come tali oggetto di attenzioni particolari). Sono tornati entusiasti in particolare per le danze.

 

Babbioni

10) Claudio, tardo sessantenne, Medico di Laboratorio. Il Laboratorio dell’Ospedale Funziona e sta in piedi grazie alla sua generosità. (Finanzia la gran parte degli acquisti di reagenti ed apparecchiature). In questa missione è stato dotato di un apparecchio di emogasanalisi portatile che consente con un’unica scheda di ottenere analisi fino ad ora indisponibili (ad esempio gli elettroliti ematici ). Veramente un gran passo avanti! Certo il locale del laboratorio è totalmente inadeguato in particolare per la impossibilità di distinguere gli spazi "sporchi" (es. esami su materiali biologici) dagli spazi "puliti" (esempio prelievi di sangue) e questo è totalmente contrario a qualsiasi normativa sanitaria, anche quella Etiope. Bisognerebbe con il contributo di tutti cercare nell’ambito dell’ospedale degli ambienti più adatti.

 

11) Alberto, tardo sessantenne, Professore di Chirurgia dell'Università Sapienza: Oltre alla normale attività di tutoraggio dei più giovani in sala operatoria ha concluso con successo il secondo e più importante passo dell’accordo tra l’Università di Macallè e la Sapienza di Roma firmato a marzo passato. Si tratta della partenza del progetto, finanziato dal Ministero degli Esteri Italiano, di sei corsi di formazione per

studenti-specializzandi Italiani ed Etiopi (non solo di chirurgia ma anche di altre branche come ostetricia, malattie infettive, pediatria ecc.) e che consentirà una presenza in ospedale di medici Italiani, con i rispettivi tutori, più costante di quanto non sia l’attuale. Ovviamente il punto delicato di tale accordo sta nella selezione dei medici e della scelta dei requisiti, anche morali, che tali medici dovranno avere. Firmando il documento il Presidente dell’Università di Macallè ha detto “Voi non siete come tutti gli altri che si vedono una volta e poi spariscono.” Non Male!

12) e 13) Giorgio e Giancarlo, I Tromoboni: Per carità di Patria su di loro mi taccio.

 

Lavorare stanca...(giovanissimi e giovani adulti...)

 

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