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Trasferire la conoscenza è un dovere etico. Intervista al Prof. Alberto Angelici.

April 12, 2018

 

 

Dallo Yemen alla Somalia, dal Togo all'Etiopia, Alberto Angelici, professore di chirurgia all'Università Sapienza di Roma, da trent'anni mette le sue competenze al servizio dei malati in alcune delle aree più povere e critiche del mondo. Trasferire la conoscenza è un dovere etico per il professor Angelici ed in questa intervista racconta le ragioni del suo impegno e le sfide che la solidarietà impone.      

 

Professor Angelici, come è iniziata la sua missione e come è venuto in contatto con l’organizzazione?

 

Giorgio Pasquini, un mio amico, mi aveva sollecitato più volte a partecipare all’attività di questo gruppo di volontari. Prima sono andato a delle riunioni a Roma e poi finalmente un giorno mi sono deciso a venire qui. E mi sono ritrovato di fronte ad una realtà assolutamente diversa da quella che avevo immaginato: molto coinvolgente e molto strutturata.

 

Ormai a che missione è arrivato e come è la situazione?

 

Solo ora, dopo la terza missione che faccio, comincio ad adattarmi al contesto e vedo cose belle ma anche tanti problemi.

Questo è un progetto particolare; è basato sulla libera donazione per il mantenimento della comunità. Solo successivamente, con l’apertura di una sala operatoria da parte di Laziochirurgia Solidale, è stata aggiunta la componente clinica chirurgica, garantita da team di medici, provenienti da svariate parti d’Italia, che vengono qui in maniera assolutamente gratuita, assumendosene l’onere economico.

 

Cosa spinge un medico affermato in Italia a partecipare ad una missione come queste che comporta anche dei rischi?

 

Sono trent’anni che lo faccio. Sono stato in tanti paesi in condizioni di massima tranquillità come il Togo, poi in altri posti, con realtà diverse tra loro, e molto difficili. Questa lo è molto meno di altre missioni che ho fatto.

Lo faccio, prima di tutto, perché mi piace molto e perché ritengo sia un dovere etico trasferire la conoscenza. Sono stato fortunato perché la vita mi ha permesso di farlo. Lo faccio sempre con lo stesso piacere della prima missione, con la stessa curiosità, ma sempre con maggiore consapevolezza.

 

E’ sempre difficile giudicare la solidarietà, ma non c’è niente di peggio di quando è inutile. Non è questo il caso, ma che funzione deve avere questa comunità?

 

L’obiettivo è quello di rispondere in maniera assolutamente libera, spontanea e gratuita ai bisogni di una popolazione che non è soltanto la popolazione di Quihà, ma quella di un ampio raggio di villaggi, distanti anche sei ora di macchina dall'ospedale, che circondano questo posto. Ma c'è necessità di un momento di grande riflessione; alcuni atteggiamenti e alcune soluzioni, alcune scelte operative che sono state seguite per tanti anni, probabilmente, in questo momento devono evolversi. E devo dirti che, da una serie di riunioni che ci sono state proprio in questi giorni, questa necessità è sempre più percepita.

 

Come vede Hewo in un futuro?

 

Lo vedo molto bene, soprattutto se riuscirà a superare queste contraddizioni. C’è bisogno di fare una serie di adattamenti, di modifiche, di aggiustamenti che serviranno a razionalizzare e a rendere ancora più incisivo l’intervento.

 

In questo futuro ci potrà essere un ospedale che sia composto esclusivamente da personale etiope per cui il trasferimento di conoscenza, di cui parla, diventi pressoché assoluto?

 

No, non credo che sia così, sennò non ci sarebbe bisogno del trasferimento di conoscenza. Per l’attività che io svolgo in Italia, la conoscenza è sui libri, su internet. Non è in realtà un trasferimento di cultura, ma un trasferimento di esperienze, il quale prevede un confronto giornaliero.

 

Cosa si deve fare per uscire da questa empasse?

 

Il termine di cooperazione dovrebbe essere rivisitato, si deve parlare di collaborazione, nella quale ci sono due interlocutori che scambiano le loro esperienze.

Al momento, non credo che questo ospedale possa essere ragionevolmente affidato ad una gestione completamente etiope. Il punto debole sta nel management, come in tutti i posti dove sono stato, anche ricchi come l’Oman.

 

D’accordo, ma c’è internet che accomuna tutti sotto lo stesso tetto informatico

 

Sì, ma sostanzialmente, non credo neanche che ciò sia il desiderio della controparte etiope. Loro stessi sono consapevoli del fatto che soltanto da uno scambio di collaborazione possa nascere un’evoluzione. Internet c’è per tutti, ma evidentemente poi subentrano degli elementi di carattere politico, tradizionale, culturale per cui questo salto in avanti così decisivo in realtà non avviene.

 

Questo particolare modello comunitario può essere riproposto anche in altre parti del mondo?

 

Si, questo è quello che succede in tutti i progetti gestiti, ideati in maniera corretta e appropriata, contestualizzati in maniera saggia e gestiti in modo onesto.

 

Non è facile far lavorare due gruppi, soprattutto nella scienza dove i rapporti sono facilmente deteriorabili, no?

 

Quando due gruppi di lavoro così diversi si incontrano la prima volta c’è diffidenza iniziale, poi piano piano i partner cominciano a capire i punti di forza degli altri. Questo apre un percorso di avvicinamento, che può essere tranquillamente anche un modello laico, e che può arrivare a risultati spettacolari.

 

Lei ha avuto difficoltà nel rapportarsi con gli etiopi?

 

Dopo la prima missione mi sono documentato su quella che era stata la storia degli italiani in Etiopia e ho trovato delle cose che francamente ignoravo. Purtroppo l’impero italiano ha fatto delle pessime cose. E mi sono chiesto più volte come la memoria storica non condizionasse i rapporti di oggi. E la prima persona con cui ne ho parlato è stato il preside della facoltà di medicina etiope, un professore di trentaquattro anni. Lui mi ha detto una cosa che poi ho ritrovato in discorsi con altre persone: la storia è passata, quello che è successo è successo.

Ad Addis Abeba c’è una piazza dove Menghistu faceva i suoi discorsi e c’è la sua immagine insieme a tutti i padri fondatori dell’Etiopia, da Ras Menelik fino all’attuale presidente. Parlando con un personaggio politico importante qui gli ho detto ‘‘Scusa, ma Menghistu?’’ e lui mi ha detto: ‘’ Guarda è stato sicuramente un periodo negativo, ma fa parte della nostra storia e non la rinneghiamo’’.

 

Quali sono le caratteristiche del popolo etiope, secondo lei?

 

La popolazione qui è molto piacevole. Le donne sono sempre sorridenti, sempre molto gentili. Gli uomini anche loro sono sempre molto gentili, ma molto seri. L'aspetto più evidente in questo popolo è la dignità. I nostri medici che vengono qui imparano tantissimo da queste persone .

 

Cosa pensa di aver imparato da questa esperienza?

 

La mia esperienza qui è poca. Io sto pensando di tornare per un periodo più lungo. Le posso dire quello che ho imparato in altri paesi con contesti simili; innanzitutto rispetto al concetto di malattia. Questa è una popolazione fortemente sofferente per alcuni aspetti e quindi quegli aspetti di sofferenza che vengono etichettati, da noi, come malattia, non sono qui più percepiti come tali. Uno degli effetti che Hewo ha avuto, insieme a Laziochirurgia Solidale, è quello di aver fatto capire che il gozzo è una malattia e non più una condizione normale. Qui prima veniva considerata solo come malattia, quando il gozzo era mostruoso.

 

Ma non c’è stata una evoluzione nella percezione delle malattie?

 

Al momento attuale, grazie all’attività che viene fatta, la gente inizia a percepire il problema anche quando le condizioni sono agli inizi e non così gravi.

L’altra cosa che secondo me è importante è cercare di capire il ruolo che la medicina tradizionale ha nei confronti della malattia. Un progetto che stiamo cercando di organizzare, insieme ad un nostro collega dell’università di Roma, tratta proprio della componente antropologica della malattia e del rapporto con la tradizione.

 

Cosa rende diversa questa organizzazione rispetto ad altre? E quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?

 

Hewo è contenta di rispondere alle esigenze delle popolazioni povere, qualunque esse siano. Ha una caratteristica originale, quella di essere basata tutta sulla donazione. Poi ci sono altri progetti che vengono invece strutturati in maniera completamente diversa: si individua un problema e si cerca di realizzare un programma finalizzato alla soluzione o almeno all’ipotesi di soluzione rispetto a quello specifico bisogno.

Si cerca di rispondere a tutti i bisogni che siano sociali, di istruzione, di tipo clinico, sanitario. Si punta molto all’assistenza sociale che, se fatta bene, è uno strumento di soluzione o di prevenzione dei problemi, rendendo questo progetto effettivamente unico.

 

C’è una cosa in particolare che l’ha colpita di questo posto?  

 

Gli odori. Entrando nell’ambulatorio c’è una gamma di odori che va da quelli sgradevoli a quelli che evocano qualcosa di misterioso. Non so dare una spiegazione del perché.

E l’ho trovata una cosa molto bella.

 

 

 

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