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L'importanza di trovarsi con persone che condividono il tuo percorso. Intervista con il Dott. Claudio Gambetta, medico di laboratorio

May 2, 2018

1) Perché si è ritrovato nella comunità Hewo? E qual è la ragione che l'ha spinta a venite a fare il medico in Africa?

 

Non è una risposta facile. Nasce da più motivi: cercare di fare qualcosa di organizzato in modo differente dalla mia precedente esperienza lavorativa, rimettere ordine nella grammatica del mio lavoro quotidiano dando alle cose della professione la loro giusta collocazione. Non è detto che ci si riesca facilmente perché è un lavoro che ti pone continuamente domande a cui riesci a dare solo alcune risposte.

 

2) Domande rispetto a cosa?

 

Domande del tipo: perché vengo qui? perché faccio quello che sto facendo? tutto questo può avere un futuro, anche a breve termine? Quando affronti questa esperienza lotti sempre con l’idea che stai facendo solo un’operazione per te stesso.

Devo dire che quello che mi aiuta più di tutti è il fatto di trovarmi con persone che condividono più o meno il mio percorso e che magari ci sono arrivati in modo diverso; per me questa diversità è proprio l'elemento di forza che mi permette di liberarmi di molta sovrastruttura e di riuscire a dare una risposta a questa domanda.

 

3) Quali sono i dubbi?

 

Credere di capire una realtà sanitaria ed una cultura completamente differente può essere totalmente fuorviante. Credi di aver capito, in realtà non hai capito assolutamente niente. La comunicazione è l’elemento più complicato in questa esperienza, anche dirsi ‘‘buongiorno’’ qui può non essere semplice.

Ieri abbiamo messo la targa per ricordare Massimo Coletti; quando si parlava di questi problemi lui diceva ‘‘ho molti dubbi, alla fine potrei decidere di devolvere all'Hewo Hospital la cifra che investo in questa operazione, non venire più qui e probabilmente raggiungere dei risultati analoghi’’.

Riflettere su queste difficoltà ti porta ad ipotesi di questo tipo, ed io continuo a pormelo questo dubbio.

Inoltre ogni tanto se ti volti indietro rischi di non vedere quasi più nessuno con te.

 

4) Però esiste un’esigenza di tipo sanitario, no?

 

Sicuramente ci sono delle esigenze sanitarie in questo posto, in questa regione , in questo stato ma capire con chiarezza  quali sono le domande che vengono fatte ad un collaboratore esterno non è così semplice.

 

5) Secondo lei questo è un qualcosa comune in tutte le forme di cooperazione di intervento in paesi con queste difficoltà?

 

Probabilmente questo c’è sempre, però sicuramente c’è chi si muove dal punto di vista politico sanitario in modo più efficace e trova una risposta a questa domanda: ‘’Cosa serve qui, in questa realtà?’’

Questa è una realtà sanitaria che potenzialmente potrebbe dare molto, ma molto di più. Dal punto di vista strutturale non le manca quasi niente, ha tutto: edifici, persone, dispositivi. Ma quale è la domanda che viene fatta dal governo della salute del Tigray a questo posto?

Non è facile capirlo completamente. Da un lato c’è una realtà quotidiana, quella delle malattie infettive, in cui è chiaro cosa fa il governo e sono chiare le sue politiche e dall'altro la realtà delle nostre missioni, non continua, istituzionalizzata ma senza una completa condivisione e programmazione con il governo.

 

6) Potrebbe descrivere una visione futura di questo posto?

 

Si potrebbe e dovrebbe contribuire a tracciare un programma di attività, ma difficilmente ti siedi ad un tavolo con chi organizza l’assistenza sanitaria di questo posto. Mi piacerebbe molto conoscere il loro programma sanitario, capire come loro collocano  questa nostra esperienza, se e cosa si aspettano da noi.

 

7) Quindi secondo lei è prioritario il fatto che qualunque iniziativa si faccia venga fatta rispondendo alle esigenze?

 

Certo. Ti faccio un esempio banalissimo, la maternità di questo posto dovrebbe presupporre, secondo gli standard, un laboratorio aperto 24 ore su 24, e questo significherebbe più del doppio del personale tecnico che c’è attualmente, ipotesi per noi drammatica dal punto di vista economico. Bene, potrebbero essere prese in considerazione anche altre opzioni organizzative come una diagnostica decentrata nella maternità, con una contemporanea reperibilità di un tecnico.  

 

8) In generale rispetto agli interventi che vengono fatti di volontariato, c’è il rischio che producano degli effetti persino negativi?

 

Certo che c’è questo rischio, se non c'è organizzazione, programmazione e condivisione delle scelte.

In questa realtà servono i reagenti di laboratorio perché non c'è disponibilità per comprarli; è una domanda decisa a cui si può rispondere si o no, ma si può fare di più: decidere insieme i parametri di laboratorio indispensabili in una realtà come questa e quindi cercare di non fare danni sprecando risorse.

 

9) Quanto è difficile entrare in comunicazione con una cultura diversa?

 

E' davvero difficile rompere questa barriera culturale e aumentare il livello di comunicazione. In questi sei anni, molto lentamente qualcosa però sta cambiando. Ho la percezione di avere un contatto maggiore e questa è la base dello scambio culturale. In qualche modo si è cominciato a riconoscersi, a fidarsi, ad avvicinarsi. Si è finalmente aperta la porta  e si fanno i primi passi.

 

10) Come bisogna entrare in un paese come questo, con quale approccio mentale?

 

Devi essere umile e devi lasciarti andare. Devi far guidare l’altro e non guidare te a tutti i costi. Ha i suoi rischi certo, perché poi ti puoi perdere, se vai senza una meta precisa è possibile che torni alla partenza.

 

11) Le cose cambiano quindi è più semplice forse adesso?

 

Sicuramente le cose sono più semplici ma per conoscere di più questa cultura c'è bisogno di uscire da questa oasi straordinaria in cui lavoriamo e correre il rischio di un impatto violento e immediato con l’altra cultura.

 

12) C’è una cosa in particolare che l’ha colpita di questo posto?

 

Quando scendo dalla scaletta dell'aereo all'aeroporto di Mekelle, sentire l’aria dell’altipiano. Ogni volta mi sorprende e mi avvolge; è la cosa che amo di più.

L'altra cosa che mi piace è lasciarmi andare, ormai sempre più in fretta per fortuna, ai ritmi, agli odori, ai sapori di Quihà.

 

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