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"Anche la singola vita ha un valore". Intervista al Dott. Giorgio Pasquini, Presidente di Lazio Chirurgia Progetto Solidale.

August 4, 2018

Classe ’49, Giorgio Pasquini, laurea in Medicina e Chirurgia, gia’ Direttore del Dipartimento di Chirurgia della ASL RM E presso l’Ospedale S.Spirito.

Dal 2004 con l’associazione Lazio Chirurgia Progetto Solidale, di cui è Presidente, dirige l’attività chirurgica dell’Ospedale  Hewo.

 

1) Come definirebbe la comunità Hewo?

Modernamente sarebbe definita come Community based program, un programma di recupero, di cura, basato sulla comunità che si rende protagonista del recupero della singola persona.

Non si tratta soltanto dell’aspetto sanitario e medico in senso stretto, ma di un reinserimento nella società in modo complessivo. Attualmente c’è stato anche un riconoscimento di questo modello da parte  dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in particolare per i paesi del terzo mondo.

 

2) E’ affiliata a organizzazioni non governative come Amnesty International, Emergency?

No, è assolutamente autonoma con la particolare caratteristica di essere una comunità basata sul volontariato. In modo specifico, nella raccolta dei fondi risulta essere totalmente indipendente, non richiedendo  alcun aiuto da parte delle istituzioni.

Da un punto di vista strutturale, risulta essere non esclusivamente capitanata da un apparato dirigenziale di sola nazionalità italiana, ma vi è un’ eguale ripartizione dei posti di comando con la controparte etiope.

Hewo si presenta, dunque, come un’associazione italo-etiope, la cui attività è basata non tanto su un principio di sostituzione, <facciamo noi quello che non riescono a fare loro> ma lo scopo è far crescere la comunità intorno alle attività mediche e sociali.

Attualmente dal deserto che vi era all’inizio è fiorita, intorno all’Ospedale, una vera e propria cittadina.

La scommessa difficile è quella non solo di raggiungere  l’autosufficienza economica ma anche l’autonomia gestionale di tale struttura alla quale anche noi di Lazio Chirurgia diamo il nostro contributo.

 

3) Si può affermare che i medici di nuova generazione vengano qui incuriositi da tale realtà sui generis?

Non è solo curiosità, ma formazione.

All’inizio può essere curiosità, ma presto ci si rende conto che questo diviene un aspetto del tutto marginale.

In questa realtà riconosci con più facilità elementi e problematiche che sono presenti anche in Italia in modo però più sfumato, meno evidente e  purtroppo le università da questo punto di vista non insegnano molto. Si tratta di problemi che riguardano soprattutto la comunicazione, un elemento centrale nella professione medica.

Finita la missione, un giovane capisce un qualcosa che in Italia avrebbe fatto fatica a comprendere, poiché si è del tutto concentrati sul rapporto tra il medico e il paziente, non rilevando da subito che la malattia non è solo un problema individuale, ma un problema anche di tipo sociale.

Un qualsiasi atto medico che non sia integrato nella realtà della persona o della società in cui vive, è destinato al fallimento.

In Etiopia questo risulta più evidente. Fare quello che si fa, calandosi in quel tipo di realtà ci impone spesso, a causa ad esempio di mancanza di strumenti o delle necessarie risorse farmacologiche, di fare scelte chirurgiche che in Italia non si farebbero ma che li sono “ di necessità”.

E questo i ragazzi che vengono a Quiha’ lo imparano bene, non operano di più, ma comprendono questi aspetti, il che contribuisce molto alla loro crescita professionale.

 

4) Calandosi in questa dimensione così diversa e difficile, ci sono degli elementi che permettono un’interazione culturale di tipo vincente? 

Il modo c’è ed è uno solo, quello adottato dai fondatori di Hewo, Carlo e Franca: vivere con loro.

Svolgi la tua attività medica con i tuoi principi e i tuoi criteri, ma ti inserisci in quella realtà, anche se per un breve periodo, partecipando alla loro vita. E loro, gli etiopi, lo capiscono subito, è  qualcosa che si trasmette. Ciò non significa accettare passivamente anche quanto fanno di sbagliato, ma l’importante è porsi nell’ottica di aiutarli a modificare i comportamenti errati, pur nel rispetto della loro cultura. Ovviamente è un processo lungo, non si risolve in quattro parole: necessita di costanza, continuità e pazienza.

L’istruzione e il lavoro sono gli strumenti che nel tempo, piano piano, riusciranno a portare ad un’evoluzione, anche in termini di salute.

Anche in Italia, come in tutti i paesi occidentali, i più poveri, i meno istruiti sono quelli maggiormente soggetti a contrarre malattie, a maggior ragione in Etiopia.

Nell’ ospedale Hewo, ad esempio, si è riusciti, anche se faticosamente, a riconoscere socialmente il ruolo della donna come lavoratrice e non più dipendente dall’uomo. Ad esempio il Manager è Letay , una donna etiope , che ora, anche se a volta con fatica, riesce a farsi riconoscere come capo dagli operatori locali.

 

5) La situazione richiede grande responsabilità e dedizione, lei non si è mai sentito scoraggiato?

Affaticato sì, ma non scoraggiato.

La verità è che il motivo principale per il quale uno svolge un'attività di questo tipo è per se stesso, per pacificare se stessi nei confronti del mondo.

Facendo un discorso totalmente individuale, io faccio parte di una generazione per la quale, a suo tempo, la ricchezza e la povertà erano così correlate, per cui la povertà era una conseguenza della ricchezza. Ciò per noi era ed è quasi un dogma di fede. Portarsi sulle spalle il peso della povertà nel mondo è un po’ pesante, dunque questa attività diviene una cura di quel peso.

Poco o tanto che sia, stai facendo un qualcosa per invertire questo processo, per trasferire la tua ricchezza non esplicata solo in soldi, ma in cultura, istruzione, lavoro.

 

6) La difficoltà maggiore per riuscire a raggiungere l’obiettivo e la funzione di Hewo?

Sicuramente c’è un problema di risorse umane ma anche economiche. Per funzionare non basta volerlo, non basta lo spirito che è alla base di tutto, si deve disporre anche di risorse concrete e certe.

Purtroppo più il paese cresce e si modernizza e più ne servono, in quanto l’elemento distintivo di tutta l’attività è costituito dalla totale gratuita’ delle cure ospedaliere  per il popolo, contrariamente a quanto avviene nella sanità pubblica etiope. La comunità ora non è in grado di auto sostenersi ed ha quindi bisogno di risorse esterne e questo forse è un limite.

Fino ad ora tale modello di associazionismo ha funzionato, con un contributo individuale di soldi e attività culturali e sanitarie senza chiedere nulla in cambio.

 

7) Lei che soluzione prospetta?

Francamente non vedo in modo totalmente negativo il ricorso a istituzioni pubbliche che possano in qualche modo finanziare questa attività, purché siano aiuti economici utilizzati completamente per la comunità e finalizzati a progetti rispettosi dello spirito dell’Hewo.

Ma indipendentemente dall’impatto sociale, economico e politico si deve tener conto e del discorso relativo alla importanza della comunità in sé, e

 

che anche il solo rapporto con l’individuo è importante.  Che io abbia curato quell’individuo, quella persona ha un valore in se. Ogni singola vita ha un suo valore.

Il valore dell’individuo e dei diritti che ciascuno di noi ha all’interno di una società, composta da tanti individui che operano  insieme, presenta il solito dilemma tra  bene comune e  bene individuale.

Il bene comune c’è certamente se è presente un bene individuale, ma non in modo automatico, ci deve essere una costruzione di tale bene comune attraverso il rispetto dei diritti dell’individuo e la capacità di farsi comunità pur in presenza di tante diversità.

La diversità è un valore e aumenta il valore della comunità e della società. La fatica è quella di omogeneizzare questa diversità in una società armonica.

In questo difficile equilibrio fra bene dell’individuo e  bene comune, è chiaro che se non c’è il bene comune non c’è il bene dell’individuo ma viceversa se l’individuo non ha presente il  benessere dell’altro non ce ne sarà neanche per il singolo

 

8) Cosa ha imparato nello svolgere questa attività?

Ho imparato in maniera esplicita che anche per fare il mio lavoro, quello di medico chirurgo, devi tener presente in ogni istante la comunità in cui si opera.

Il risultato è positivo e migliore, solo se si ha la capacità di integrarsi, di capire, di avere il potere dell’empatia.

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