''Nel momento in cui cominci, poi non ipotizzi di non farla più''

September 23, 2018

Intervista a Bruno Perotti, trentenne specializzando al quarto anno di chirurgia generale alla Sapienza di Roma.

Ha svolto fino ad ora due missioni con l'associazione Lazio chirurgia solidale in Etiopia per aiutare il suo popolo.

 

 

1) Come sei entrato in contatto con questa organizzazione?

 

Attraverso il mio Professore, nonché responsabile, Alberto Angelici, che mi ha proposto di partecipare a questo tipo di esperienza, dopo che io avevo sempre espresso un particolare interesse alle sue

precedenti missioni nei paesi in via di sviluppo. Appena mi si è presentata l'opportunità l'ho colta, senza esitare. Sono già andato due volte e spero di andare una terza volta a breve.

 

2) Non hai avuto paura?

 

Da un punto di vista operativo no, perché comunque sapevo di andare con un'organizzazione seria e con il mio tutor abituale, ovattato dalla sua esperienza, facendomi stare più tranquillo.

Avevo paura di trovarmi impreparato emotivamente, quello sì, rispetto a ciò che avrei visto. Preoccupato di essere inadeguato a questo lavoro, a queste relazioni, vedendo qualcosa a cui non sono abituato.

Parlo dell'inadeguatezza ambientale di sapersi relazionare ad un gruppo di persone che non conosci, sicuramente più competenti di te soprattutto più esperte a quel tipo di vita.

 

3) Perché hai partecipato a questo progetto?

 

Ho sempre voluto farlo, indipendentemente dal fatto di essermi trovato di fronte a questa opportunità.

Devo dire che la cosa importante non è venire in Etiopia a fare esperienza. Non è questo il motivo e non può essere questo. Chi lo fa per questa ragione deve essere sconsigliato.

Partecipo alla missione per cercare di aiutare come posso, non necessariamente facendo il chirurgo, ma perché sento la necessità di fare qualcosa per delle persone che vedono in te un aiuto. Si cerca di

portare un'eccellenza, non elitaria, ma per tutti. E' formativo ma non deve essere formazione, nel senso andare là e farsi trenta tiroidi a settimana, aumentando la propria casistica

operatoria, lo reputo sbagliato concettualmente.

Non è questo ciò che cerco. Sicuramente la motivazione o meglio lo stimolo che mi ha spinto ad

iniziare ha un'origine egoistica. Lo faccio perché mi piace sentirmi utile e perché ho visto qualcosa in un progetto che ho ritenuto interessante. Mi piace l'idea di far crescere un qualche cosa.

Ovviamente devi credere in determinati valori, devi avere un certo tipo di mentalità.

 

 

4) E alla fine hai raggiunto il tuo obiettivo, sei riuscito a soddisfare

questo tuo egoismo?

 

Sì. Non perché abbia migliorato la loro vita, non mi sento di dire questo, ma sono stato utile ad un bisogno che mi hanno presentato.

La prima volta a Quihà, ho chiesto, dubbioso, al mio Professore, cosa pensasse riguardo ad una medicazione e la sua risposta è stata: ''Eh no, in Africa ognuno si prende le proprie responsabilità.''

Questo perché tutti facciamo quello che possiamo fare. Io non vado a fare qualcosa che non so fare. Non ho bisogno della conferma, perché quella cosa sono perfettamente in grado di farla.

La gerarchia tra mentore e discepolo rimane certo, se non altro di esperienze e di autonomia, in particolare di pensiero, ma ti rendi conto di quello che sai fare. In Italia te ne rendi conto per vie traverse, sei

utile ma sei sostituibile, in Africa no.

 

5) Cosa significa lavorare con il personale etiope in sala operatoria,

che non ha la tua preparazione?

 

L'intervento che io vado a fare è uguale ovunque, se ti chiedo uno strumento mi dai uno strumento.

La sala operatoria è una sala operatoria e non cambia, è universale. C'è un modo solo che è uguale dappertutto. Quello che cambia è il resto. E' come tu vedi il paziente che si relaziona a te in maniera differente con un timore reverenziale che in Italia non c'è. Hai la sensazione di fare qualcosa di nuovo e soprattutto utile. Loro ti guardano in quel modo. In Italia questa cosa si è un pò persa.

Adesso c'è un pò la sfida, la cultura di massa ha provocato un appiattimento, chiunque può andare su internet e sapere che malattia ha. Lì non c'è questa cosa. Tu hai un bagaglio differente ovviamente a

loro. Chiaramente loro, gli etiopi, vengono da una realtà indubbiamente differente, dunque hanno un modo di porsi diverso, ma non ho avuto particolari difficoltà nel relazionarmi a loro.

 

6) Ti prenderesti l'onere di far parte della gestione della comunità?

 

Assolutamente sì. Non è una esperienza fine a se stessa. Nel momento in cui cominci poi non ipotizzi di non farla più. A differenza di altre organizzazioni, questo tipo di progetto comunitario ha bisogno di stanzialità che se percorri la devi continuare a perseguire perché hai creato una necessità, un bisogno, una sanità gratuita che loro prima non avevano.

 

7) Come vedi Hewo in un futuro?

 

Non so se posso dire che sarà autosufficiente un giorno. Ora si basa sulla semplice buona volontà dei singoli volontari. Sicuramente un progetto di commissione formativa tra le università, quella italiana e quella etiope, potrebbe aiutare, creando una base su cui lavorare.

Rinunciando a qualcosa, come ad esempio un'autonomia completa, ma acquisendo altro. Innanzitutto facendo più formazione al personale locale con alle spalle un aiuto di un ente importante, risparmiando

sulla spesa del viaggio e incentivando la spesa per il materiale.

Capisco i puristi che affermano che deve essere esclusivamente un progetto auto sovvenzionato, però bisogna capire se si vuole continuare su questa linea o se si vuole far crescere questa piccola oasi.

 

 

 

 

 

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